Storia

Tra Terre, Acque e Confini

Fotografie di Lisa Valli.


"una forte forteza in modo che non se poria tore mai"

Il castello di Villimpenta si configura come una delle più preziose testimonianze dì architettura castrense di tutto il Mantovano, patrimonio che sì restringe ormai a non molti esemplari, ridotti a volte a limitati elementi architettonici o a pochi ruderi fatiscenti.



Fin dalle sue origini questa fortezza era stata di appartenenza veronese, insieme ai territori orientali del Mantovano comprendenti i paesi di Ostiglia, Castellaro (Casteld'Ario), Monzambano, Ponti sul Mincio e Castellaro Lagusello. Più in particolare le località di Villimpenta e di Ostiglia facevano capo a Verona in quanto erano di pertinenza di una delle più grandi abbazie di quella città, il monastero di San Zeno che era riuscito ad ottenere in feudo dall'imperatore germanico amplissimi territori. Il privilegio imperiale del 1047, nel quale si dichiarava che l'abbazia di San Zeno era titolare del castellum in Villapicta, sembra costituire uno dei primi importanti documenti dell'esistenza di una fortificazione a Villimpenta. L'abbazia si manterrà a lungo la maggiore depositaria dei beni e delle terre di Villimpenta, come si scopre da altri privilegi imperiali del XII e XIII, secoli nei quali si nomina una curtem Villa Pictae. In quell'epoca il castello, oltre a fungere da centro amministrativo nei confronti del vasto patrimonio terriero del monastero veronese, doveva rappresentare anche la pubblica sede per l'esercizio delle funzioni giurisdizionali.



In virtù infatti dell'origine imperiale —e quindi pubblica- della fortificazione, i detentori feudali dei castelli, anche se enti ecclesiastici, potevano esercitare la signoria di "banno", cioè la potestà di emanare ordinamenti e divieti muniti di sanzione penale, e pure poteri di giurisdizione, cioè di amministrazione della giustizia.

A seguito dell'affermarsi delle città maggiori che si costituirono in liberi comuni, con la conseguente creazione di distretti territoriali, molti di questi centri minori muniti di castelli, in gran parte di origine feudale, vennero in vario modo integrati dai comuni più importanti che si crearono una rete di efficienti capisaldi a controllo e a difesa dei rispettivi territori.

E' appunto in epoca comunale che nel Veronese, lungo il confine con il territorio mantovano e su una linea contrassegnata solo in parte dal fiume Tione, si costituì una catena difensiva della quale, a partire dal Po, facevano parte i castelli, molti dei quali oggi non più esistenti, di Ostiglia, Ponte Molino, Gazzo Veronese, Villimpenta, Moratica, Erbé, Trevenzuolo, Nogarole Rocca, Villafranca, Valeggio, Monzambano, Ponti sul Mincio, Peschiera. E fu soprattutto sul confine orientale, verso il territorio veronese, che il limitrofo comune di Mantova dovette esercitare sempre i suoi sforzi maggiori, servendosi di un'altrettanto fitta linea difensiva costituita dai castelli di Sermide, Borgofranco, Revere, Serravalle, Roncoferraro, Bigarello, Caste! Bonafisso (parte dell'attuale Castelbelforte), Castiglione (Castiglione Mantovano), Volta, Cavriana.

Per tutto il periodo comunale le lotte e gli accordi tra Verona e Mantova costituirono sempre l'ossatura di buona parte della politica estera dei due grandi comuni. I rispettivi confini furono travagliati da frequentissime lotte che comportavano spesso piccole conquiste territoriali da entrambe le parti. Un espansionismo che in verità finiva per essere del tutto effimero, in quanto il più delle volte, subito dopo la stipula della tregua, si ritornava allo stato precedente, con la restituzione reciproca dei castelli e dei territori strappati e con l'impegno da parte di entrambi i comuni a non edificare nuove fortezze lungo i confini.



A tale riguardo si ricorda il trattato di pace fra Mantova e Verona del 1272, che stabilì che i mantovani dovessero restituire le fortezze di Villafranca e di Ponte Molino presso Ostiglia, nonché il pieno rispetto, sempre da parte dei mantovani, del castello di Villimpenta.

Schizzo tratto da disegno, ante 1445 d.C. ASMn, AG, b.270/5

Nel corso delle contese che si risolvevano più spesso in veloci attacchi campestri, ruberie e incendi, la funzione primaria di questi castelli di confine era di accogliere tempestivamente le popolazioni dell'immediato territorio e i loro averi (tra cui prima di tutto il bestiame) per sottrarli alla violenza delle scorrerie.

La funzione ricettiva di queste fortificazioni, che come il castello di Villiimpenta si potrebbero più propriamente denominare "castelli-recinto", è tutt'oggi arguibile dalla scarsezza di costruzioni entro gli spazi interni delimitati generalmente da un semplice giro di mura inframmezzato da torri.

I pochi edifici presenti dovevano essere destinati a sedi abitative degli addetti alla custodia e alla conduzione del castello che, nel caso di Villimpenta, pare comprendesse anche un oratorio, come è possibile arguire da una mappa del XV secolo, conservata nell'Archivio di Stato di Venezia, che mostra la facciata dì una piccola chiesa con tetto a capanna e campanile.


Schizzo tratto dalla mappa, 1438 d.C.

Oltre a Villimpenta, lungo il territorio di confine tra Mantova e Verona, esistono altre testimonianze, spesso conservatesi solo parzialmente, di castelli-recinto in buona parte vuoti nelle loro aree interne, che furono di spettanza sia veronese che mantovana, come ad esempio le fortezze di Ponti sul Mincio, Monzarnbano, Casteld'Ario e Castiglione Mantovano. Pur inserito nel sistema difensivo territoriale della città di Verona, per lungo tempo il castello di Villimpenta continuò ad essere sottoposto comunque alla titolarità feudale dell'abbazia veronese di San Zeno, sostenuta, in periodo signorile, dagli stessi Scaligeri i quali cercarono di estendere la propria supremazia sul monastero tramite la nomina, come abati, di alcuni componenti della famiglia.

Alla fine del Duecento pure la signoria mantovana dei Bonacolsi aveva però iniziato la sua penetrazione nel territorio di Villimpenta ottenendo nel 1288, dall'abate di San Zeno, varie terre e una quarta parte dello stesso castello. Anche la vicina Castellaro (Casteld'Ario), già dal 1275, era stata concessa in feudo ai Bonacolsi dal vescovo di Trento.

L'affermazione della signoria mantovana su alcuni territori orientali, che erano stati da sempre di pertinenza veronese, si concluse comunque solo all'inizio del XV secolo. Gli accordi del 1405 e del 1406 tra i Gonzaga, da tempo succeduti ai Bonacolsi, e la Repubblica di Venezia, estesasi ormai su tutto il Veneto, compresa anche Verona, confermarono definitivamente Villimpenta e il suo castello al dominio mantovano, insieme a varie altre fortezze di confine, quali Due Castelli (Castelbelforte) e Ostiglia con l'importantissimo attracco sul Po.

Nei secoli di dominazione gonzaghesca, agli usi prettamente militari dei castelli di confine, di avvistamento sui territori e di difesa delle popolazioni, continuarono ad intrecciarsi altre e nuove funzioni che con l'obsolescenza delle strutture fortificate parvero anzi divenire, nel tempo, progressivamente prevalenti.

Prime fra tutte le funzioni di immagazzinamento e di controllo delle terrate agricole a cui i castelli, fin dall'età medievale, continuarono ad essere adibiti per tutto il corso del XV e XVI secolo. Fin dall'epoca comunale vigevano severi regolamenti di tipo annonario che avevano lo scopo di garantire al mercato mantovano e al territorio una sufficiente disponibilità di prodotti. Al pari di molte altre signorie e repubbliche italiane del tempo, i Gonzaga continuarono tale politica economica che vincolava il libero commercio delle derrate agricole.



Numerosissime furono le grida, cioè gli ordinamenti letti pubblicamente, nonché le missive intercorse tra la cancelleria gonzaghesca e i funzionari territoriali dislocati nei castelli, relative agli ordinamenti, rivolti ai contadini, di trasporto, deposito e notifica dei prodotti agricoli entro le fortezze. E tale tipo di documentazione interessò anche il castello di Villimpenta, che come le altre fortezze doveva essere provvisto di ripari lignei e assiti lungo i tratti interni delle mura per l'ammasso e la protezione delle granaglie.

A partire soprattutto dalla metà del Quattrocento, alcuni castelli del Mantovano, oltre che dallo stretto personale addetto alla difesa e alla conduzione delle fortezze, cominciarono ad essere interessati anche da altri insediamenti, tra cui quelli di vari nuclei ebraici che le pressanti esigenze di prestiti in denaro da parte delle popolazioni avevano spinto a trasferirsi nel territorio, e in particolare all'interno dei castelli, ovviamente per la maggior sicurezza che le fortezze potevano garantire alle loro attività di cambio e di prestito e anche della protezione dai frequenti soprusi delle popolazioni locali. E' il caso del castello di Villimpenta, nel cui interno, come riporta una missiva del 1481 del capitano Antonello da Bologna, vivevano oltre ad alcuni militari e funzionari -tra cui lo stesso capitano, il vicario e un notaio- pure un ebreo con il suo servitore. Nel 1501 fu la stessa comunità di Villimpenta a rivolgersi al marchese Francesco Il Gonzaga perché desse licenza a due ebrei di venire ad abitare nel castello del paese a svolgere le tanto necessarie attività di prestito, e che già erano state svolte, alcuni anni prima, da altri individui ebrei, sempre all'interno della fortezza.

Quale fortezza di confine, posta a controllo di un importante passaggio sul fiume -none, il castello di Villimpenta fu oggetto, in particolare nella seconda metà del Quattrocento, di varie opere di manutenzione e ripristino delle sue più importanti strutture fortificate, ad opera anche di alcuni dei più valenti ingegneri e architetti della corte gonzaghesca, quali ad esempio Giovanni da Padova che tra il 1480 e il 1481 realizzò alcuni interventi, molto probabilmente di rafforzamento del torrione maggiore, ossia il mastio.

Un periodo questo in cui le fortezze mantovane sul confine orientale giocarono ancora un ruolo militare di notevole rilievo nell'azione di contenimento della Repubblica di Venezia che puntava ad una larga espansione nel Ferrarese e nel Polesine. Fu appunto tra il 1481 e il 1482, durante appunto la cosiddetta guerra del Polesine con il marchese Federico Gonzaga schierato con i duchi di Milano e di Urbino contro Venezia, che il castello di Villimpenta fu reimpiegato come strumento militare primario, soprattutto per l'avvistamento e il controllo dei territori.



Ma come per la maggior parte delle altre fortezze mantovane di origine medievale, il suo declino quale edificio militare segnò inesorabilmente le vicende future della sua conservazione architettonica. Un destino di decadenza documentato anche nei desolanti resoconti dei funzionari gonzagheschi nel corso del XVI e senz'altro legato alle condizioni di obsolescenza architettonica in cui il castello era ormai confinato, a confronto con le ben diverse architetture militari, già dì larga diffusione alla fine del XV secolo, nate per controbattere l'uso delle armi da fuoco.



Non è chiaro per quali ragioni il castello di Villimpenta che già all'inizio del Seicento doveva aver subito gravi mutilazioni- sia stato poi risparmiato dal governo asburgico che nel corso soprattutto del Settecento aveva fatto demolire buona parte delle fortezze dello scomparso stato gonzaghesco.



E' probabile che alcuni suoi elementi architettonici dovessero essere apparsi ancora funzionali alla vita e alle attività della comunità, quali ad esempio l'altissimo mastio, che poteva aver assunto la funzione di torre civica, in quanto già munito in passato di una campana, come attestano alcune testimonianze documentarie. E anche il mantenimento di un tratto delle mura con le volte interne di alcune torri è da considerarsi in continuità con le funzioni rurali di deposito e riparo della produzione agricola a cui il castello assolveva ormai da secoli.